Un anno in 2 ore

26 novembre 2016. Dopo una notte trascorsa in un letto circondata da medici e infermieri che tentavano di tenermi immobile a causa di continue convulsioni arrivò l’esito del liquor che confermò la meningite. Nel frattempo una sovrainfezione causò la polmonite e quando i medici presero la decisione di intubarmi ormai non rispondevo più ed entrai in coma.

Mia madre era confusa, agitata. Le dissero:”Signora ha capito che stiamo parlando di meningite? Gli organi potrebbero non resistere più di 2 ore“.

Il resto l’ho già raccontato in un altro post. Dopo 10 giorni di coma il mio corpo ha risposto che non era ancora ora di lasciare tutto.

Così posso dire che quelle 2 ore stimate in cui avrei potuto lasciare questo mondo ad oggi si sono trasformate in un anno.

Un anno particolare.

In cui ho nuovamente passato mesi in unità spinale, ma al posto di essere una classica paziente come nel 2013 mi sono trasformata nella figura di motivatrice per tutti quei pazienti che invece vivevano per la prima volta una situazione dura come quella di trovarsi in un ospedale e doversi abituare alla disabilità.

Volevo raccontare a tutti che il periodo di ricovero è passeggero e una volta a casa è ancora possibile provare emozioni forti. Per questo ho mostrato ad una trentina di persone i video di quando scio e di quando mi butto con il paracadute, per far capire loro che i momenti felici sarebbero tornati, anche se in maniera diversa. Quei mesi mi sono serviti ad entrare nel cuore di persone che adesso posso considerare amici. E tutt’ora mi chiamano per sapere come sto o avere consigli.

Ma una volta dimessa ho iniziato a pensare più a me stessa . Non potevo sempre pensare agli altri.

Così per il mio bene presi la decisione di chiudere i rapporti con chi non era positivo per me, mentre riaccolsi una persona che per anni ho pensato di non poter più avere nella mia vita ristabilendo un rapporto di amicizia.

A rendere l’atmosfera più tranquilla quest’anno in famiglia si è aggiunta una persona che sta rendendo tutto più positivo.

Ed è entrato in casa un nuovo cane. Obelix.

Nonostante queste note positive sentivo di avere ancora troppi pensieri. Non riuscivo a concentrarmi a pieno nello studio.

Avevo bisogno di una pausa. Volevo respirare aria nuova. E decisi di respirare per una settimana l’aria del Salento.

Avevo progettato un viaggio in Puglia già nel 2012 ed ero emozionantissima di andare per il mio compleanno con mia madre e la mia migliore amica in un luogo che avevo sognato di visitare tanti anni fa.. e così portai a termine questo sogno.

La settimana in Salento me la sono goduta alla grande. Scottando la pelle e riempiendo lo stomaco.

Ancora più emozionante è stato il viaggio in Indonesia. Quello si era un sogno inimmaginabile.

Le settimane più belle e tranquille degli ultimi 2 anni.

Dove riuscii veramente a non avere pensieri o timori. Fu tutto perfetto. Ogni ora la ricorderò sempre.

L’isola di Bali mi è entrata nel cuore e mi sono promessa che in futuro tornerò perché 15 giorni sono stati pochi per visitarla interamente.

Il viaggio di andata è durato 30 ore. Niente in confronto alle 2 ore che mi avevano dato 10 mesi prima.

Mi sorprende sempre vedere come possono cambiare le cose da un momento all’altro.

Sono così grata di aver compiuto questo viaggio. Anche se non so bene a chi spetta questa gratitudine.

Quel viaggio è stato il primo a colpirmi così tanto. Non ho nemmeno bisogno di guardare le foto del viaggio per ricordare i magnifici tramonti nelle città dei surfisti, gli abbracci delle scimmie o i sorrisi delle persone. Quel paese mi ha colpito in pieno petto.. forse perché non avrei dovuto esserci?!

Ma dato che c’ero ho deciso di aggiungere uno sport alla lista delle cose che non avevo mai fatto. Fare snorkeling.

Dopo l’incidente ero stata in mare con amici solo dentro la mia ciambella galleggiante. Ma mia mamma e la mia amica volevano a tutti i costi vedermi nuotare con loro. In quei giorni ero talmente positiva che non potevo rinunciare all’occasione di buttarmi nelle acque del Mare di Bali così vicine all’Australia. Non ho detto una parola nemmeno quando una corrente gelida ha lanciato un branco di meduse su di me. Non voglio fare il fenomeno, ammetto di essermi spaventata quando ho visto il pescespada a 2 metri da me. Fortunatamente sia lui che due mante hanno deciso di evitarmi.

Ancora adesso ripensando alla vacanza penso anche al resto che di meraviglioso è avvenuto questo anno.

La colonna sonora che ho in testa è Something just like this dei Coldplay che ho avuto il piacere di sentire dal vivo al concerto di luglio.

Gli altri ricordi che si montano su questa canzone sono:

Aver fatto per la prima volta la testimone di nozze per un’amica importantissima a cui devo molto,

tenere in braccio la figlia neonata di una delle mie migliori amiche.

Vedere mio fratello cresciuto e più responsabile.

Tutto questo è ciò che mi è accaduto in un anno che avrebbe potuto rimanere solamente uno dei tanti viaggi mentali che mi sono fatta durante il coma.

Basta dunque saper aspettare. E se nulla viene da sè a quel punto spetta te pensarci.

Priscilla Chairleader

La mia prima volta a letto 

Se pensavate che volessi improvvisarmi Sex- Blogger non ci siete!Vi racconto sì della mia prima volta a letto, ma della prima volta che vado a letto sola senza alcun aiuto. 

Per essere più precisa devo spiegarvi che da più di 4 anni per andare a letto ho bisogno di una persona che mi dia una mano. Mi mancano i tricipiti per riuscire a sollevare il sedere e un buon equilibrio del tronco per fare un passaggio dalla carrozzina al letto come si deve e in sicurezza. Con la mia fisioterapista è anni che studiamo le tecniche per riuscire a farcela ma mi è sempre stata vicina a controllare che la carrozzina non si spostasse facendomi cadere sul pavimento. Lo stesso compito lo ripete mia madre la sera.

Ieri pomeriggio ero sola in casa. Il caffè non stava facendo effetto. Stavo per addormentarmi sul tablet mentre cercavo di studiare. Ho iniziato a sbuffare. Un tempo mi sarei alzata, avrei fumato una sigaretta e mi sarei sdraiata una mezz’oretta sul letto giusto per riprendermi. Poi mi sarei alzata e dopo un altro caffè avrei ripreso a studiare.

Adesso é tutto più complicato. A letto non riesco ad andare e mia madre si dimentica sempre di lasciare le tazzine del caffè in una posizione dove riesco a prenderle senza fatica  per farmi il Nespresso.

Dai. c’è di buono che non fumo più.

Così dopo aver guardato il divano di fianco a me mi sono spostata nella mia camera da letto. Ho abbassato il letto con il telecomando e ho riflettuto un attimo:

“Dunque. Le finestre sono aperte. E sento che al piano terra c’è Anu, il portinaio, così se mi dovesse succedere qualcosa riesce a sentirmi urlare “. Voglio provarci veramente? Sì, sono troppo stanca. Ho bisogno di sdraiarmi, anche per terra. Il letto l’ho abbassato tutto. Secondo la tecnica studiata devo posizionarmi a fianco, mettere prima il freno destro (se ho bisogno di ruotare la carrozzina a destra) e poi il freno sinistro. Ora la mia sedia è bloccata. Con le braccia dietro la schiena faccio scivolare il sedere sul cuscino in avanti come se volessi sdraiarmi. I piedi sono fermi sulla pedana e mi auguro rimangano lì.

Adesso c’è la parte più complessa da svolgere senza nessuno che mi tenga d’occhio. Metto dritto il busto e poggio le mani sui corrimano delle ruote. Faccio forza, ruoto le spalle a sinistra e mentre mi sollevo il più possibile cerco di spostare il sedere a destra. Una persona paraplegica a quest’ora si sarebbe già sdraiata. Io ho solamente spostato il fondoschiena di quasi 10 cm. Adesso ripeto il tutto poggiando la mano destra sul materasso. Ormai una chiappa è quasi sul letto. Tento di sollevarmi ancora. Avvicino la mano sinistra e faccio scivolare i fianchi il più indietro possibile.

Perfetto il sedere è nel letto. Mancano le gambe. 

Guardo la stanza e mi sembra impossibile. Sono a metà percorso. Sollevo la gamba destra. Perché sono cresciuta fino 1 metro e 75cm? È incredibile quanto possa pesare una gamba. Dai tiriamo su anche la sinistra che sono già stanca.

No. Devo capire bene come potermi spostare al centro del letto. Ma non ho spazio sufficiente per appoggiare la mano sinistra al fianco e fare un piccolo spostamento. Sarebbe stato l’unico modo per poter sistemare l’altra gamba ed essere comoda.

Però di spazio non ne ho e penso mi sia andata benissimo per essere la prima volta che vado a letto sola.

Così prendo l’ultima gamba, la sollevo un po’ e mi rotolo sul fianco. Perfetto! 

Adesso non mi tiro su. Sono tutta storta e rischio di finire sotto il letto se dovessi provarci.

Ci vorrà più di un’ora prima che arrivi mia madre. L’importante è essere sdraiata,

L’importante è non essere caduta,

L’importante è avercela fatta,

L’importante è avercela fatta DA SOLA .

Sono così contenta che non ho più bisogno di dormire. Vorrei chiamare qualcuno per raccontargli tutto ma ho lasciato il telefono in sala.

Se ce l’ho fatta una volta potrò farlo una seconda, e finalmente potrò aggiungere una cosa in

 più alla lista di ciò che so fare da sola:

  • Lavare viso e denti
  • Spruzzare il profumo
  • Togliere il giubbotto 
  • Aprire una sottiletta Kraft

Cavolo che lista. Che impegni. Non è incoraggiante leggere la lista. Ho 23 anni e so fare solo queste cose senza alcun aiuto. Sarebbe veramente importante poter andare a letto autonomamente.

Non posso far altro che cercare di mantenere  questa adrenalina da “ prima volta“. Perché quando l’adrenalina passa e la seconda volta va male si perde la voglia di continuare, di ritentare. Cominci ad essere certo che non ne valga la pena. Troppa fatica, troppi impegni per risultati così piccoli.

O dio, mia mamma tornerà a casa e troverà la carrozzina vuota. Le prenderà un colpo e inizierà a preoccuparsi. No, non posso proprio addormentarmi. Quando torna dovrò avvisarla di stare tranquilla.

Eppure riuscire ad andare a letto è qualcosa di straordinario per me. Un vero sogno.  Da aggiungere ai miei prossimi progetti. 

Perfetto. Mia madre è tornata ed è contenta. Mi fa una foto per farmi vedere quanto sono storta. Mi abbraccia e mi raddrizza.

Bene. Adesso posso dormire.

Riposare e sognare. 

Sognare l’autonomia.

A te che hai preso la mia vita e ne hai fatto molto di più : Mamma

Questa lettura è dedicata alla persona più importante della mia vita. La mia mamma. E vorrei condividere con voi alcuni pensieri per farvi riflettere sul rapporto che c’è tra madre e figlio. 

Chissà, magari alla fine di queste righe andrete dalle vostre madri ad abbracciarle in silenzio e per lei sarà il momento più soddisfacente della giornata.
Negli anni ho sempre guardato mia madre come fa qualsiasi figlio.. con rispetto, amore, e quando ci sono stati i problemi legati all’adolescenza l’ho guardata con quei classici sguardi imbronciati che caratterizzano tutti i teenager. Fortunatamente lei non è mai stata una donna severa, mi ha sempre lasciato molta libertà, e se mi capitava di nasconderle qualcosa, quando veniva a scoprire il fattaccio non mi ha mai dato punizioni. Qualcuno potrebbe pensare che è segno di una persona con poco polso, invece grazie a questo suo atteggiamento non mi sono mai spinta in qualcosa di troppo pericoloso proprio perché non volevo vedere sul suo viso del dispiacere procuratole da me.
In seguito è successo l’impensabile. L’incidente.
Una volta sveglia nel letto di rianimazione mi hanno immediatamente comunicato che non avrei più camminato. I pensieri nella testa non erano chiarissimi, ma non appena vidi mia madre entrare in camera il cuore si bloccò. Volevo solo chiederle scusa perché vedevo il suo viso impregnato di dolore, nonostante cercasse di fare del suo meglio per mascherarlo con un finto sorriso per non mostrare apprensione.

Ma scusa di cosa“, penserete? Mi hanno appena svegliato da un coma farmacologico, spiegato senza giri di parole che non camminerò mai più, e penso solo a chiedere scusa a mia madre??
La sensazione di delusione era fortissima, e non mi accorsi che non potevo abbracciarla per confortarla poiché non ero in grado di muovermi. Quando c’è la necessità di chiedere scusa niente è meglio di un abbraccio, e io non sapevo proprio cosa fare. Potevo solo rimanere ferma a guardarla, senza poter dire una parola a causa dell’intubazione. Cosa le stavo facendo patire??
Passarono i mesi e le mie condizioni miglioravano sempre più. Mi trasferirono in un altro ospedale, dal letto passai alla sedia a rotelle, iniziai a spingermi, a mangiare e a lavarmi il viso da sola. Tutti traguardi che raggiungevo con mia madre a fianco. Ogni giorno, dalla notte dell’incidente, si è dedicata esclusivamente a me. Prendeva il treno e passava le giornate in ospedale ad osservare ogni miglioramento. Nei momenti di sconforto era la prima a dirmi “Guarda quanto stai facendo!“, proprio perché non mi perdeva d’occhio un minuto. Ancora adesso quando riesco a fare qualcosa di nuovo il suo viso si illumina e questa per me è la ricompensa più grande di tutte.

Ad esempio l’inverno scorso, durante uno dei week-end passati a sciare con l’associazione Sporting Spirit Ski Team, riuscì a fare una piccolissima discesa in totale autonomia con il monosci. Io mi voltai verso mia madre perché sapevo che mi stava riprendendo in un video, e la vidi piangere. Erano lacrime di gioia che le si versarono direttamente in gola perché aveva la bocca completamente tirata verso l’alto per il sorriso enorme che aveva.

Ancora una volta io non ero contenta per la mia conquista, ma per esser riuscita a donare 1 minuto di felicità alla persona che stava rendendo tutto ciò possibile. Perché senza la sua insistenza e tenacia molte prove forse non le avrei nemmeno tentate.

Ognuno di noi ha un legame speciale con la propria madre. Ma possiamo renderci conto di quanto questi siano forti solo quando noi figli siamo in difficoltà. Ed è ciò che è avvenuto nella mia situazione. Per questo vi chiedo di dare alle vostre mamme delle attenzioni in più, perché non è necessario che avvengano le disgrazie per dire “Mia madre è la più forte del mondo”. Ognuna di loro ha una forza incredibile che tirerà sempre fuori per noi quando ci sarà necessità.

Basta guardare un qualsiasi documentario che osserva nuclei familiari di animali. Sono le madri le protettrici. Nella maggior parte dei casi sono loro quelle che mettono a rischio la loro vita per la sopravvivenza dei piccoli.

Io vedo mia madre come una leonessa. E questo da molto tempo prima che avvenisse l’incidente. Da dieci anni il nostro rapporto è diventato indissolubile, e in più di un’occasione ho avuto modo di ricambiare i favori difendendola come meglio potevo. Vorrei per lei una vita da sogno, quelle che solo le regine possono permettersi. 

Ma qui siamo nel mondo reale e l’unica cosa che posso fare è cercare di darle tranquillità e renderla orgogliosa, nonostante sappia che un figlio può sbagliare tutte le volte che vuole,

una madre perdonerà sempre.

Ti amo mamma…

Priscilla_Chairleader

My Ghost..

Quando la notte scorre lentamente e non ho più la possibilità di prendere altre pillole per cercare di addormentarmi, diventa inevitabile guardarmi indietro. Guardarmi dentro. 

A volte mi sento troppo vecchia per la mia età. Altre volte, più che sentirmi troppo giovane, mi sento in stan-bye, come se non riuscissi ad andare più in là di dove sono. Vedo tutti andare avanti e io rimango indietro, ferma a guardare da dietro un finestrino di vetro, neanche troppo spesso. Forse mi manca qualcosa? Sto aspettando qualcuno? Sicuramente quel qualcuno sei tu.

È da tempo che non riesco a trovarti. Posso solo ricordarti e sperare che la nostalgia non prenda il sopravvento, altrimenti la mattina specchiandomi vedrò gli occhi di un pugile messo troppe volte al tappeto. Sei sparita da qualche anno ormai, e da poco sto cercando di aggiustarmi. Avrei bisogno di qualche tuo consiglio. Venivano sempre da te a confidarsi, a cercare conforto, e non importa se non avevi consigli da dare. L’importante era ascoltare. E come tutti i buoni consiglieri che si rispettano, se un problema riguardava te non sapevi come muoverti.

Adesso avrei bisogno di uno di quegli abbracci che davi a chi se lo meritava. Amavi abbracciare ed essere stretta. Era un bisogno che avevi, si notava. Qualcuno avrebbe potuto scambiarti per una persona appiccicosa, o una gatta morta, invece era uno dei tuoi tanti modi per sentirti vicina ai tuoi amici più intimi. Anche un semplice braccio intorno ai fianchi ti faceva stare tranquilla.

Non sono rimasti i tuoi capelli mossi, sempre in disordine, con il “tirabaci” davanti agli occhi che ogni due secondi dovevi scostare con la mano. Questa è un’altra tua abitudine che mi manca, una delle tante. Infatti quando ti penso, ti vedo mentre ripeti i soliti gesti, anche quelli più strani o imbarazzanti… Come inzuppare biscotti integrali in un bicchiere d’acqua durante gli improvvisi attacchi di fame. Quale persona sana di mente farebbe una cosa simile?! E poi ti rivedo alla guida di quella scatola grigia e rosa, con giù la capote, mentre canti a squarciagola gola le canzoni live di Vasco, sentendoti una It Girl. Eri convinta di andare a 100 km/h, ma raggiungevi a malapena i 70. 

Siamo così diverse. Fin dalla terza media sei sempre stata molto indipendente, hai sempre fatto quello che volevi e senza combinare guai. Se tu hai sempre avuto libertà, io ne ho meno di una bambina di 11 anni. Se tu attaccavi bottone con tutti, io non ho nulla da dire a nessuno. Se tu non vedevi l’ora di scendere in pista, e ballavi come se ci fosse spazio solo per te, io mi rifiuto di andare in posti dove c’è troppa gente, figuriamoci andare a ballare. E poi, diamine, io sono la goffaggine in persona, non riesco nemmeno a stare appoggiata ad un tavolo senza perdere l’equilibrio. Tu seppure fossi una ragazza semplice eri aggraziata nei movimenti. Camminavi dritta come se avessi inghiottito un palo anche in montagna, durante le tue passeggiate mattutine. Dovresti invece vedere come sono posizionata su questa carrozzina, ti incazzeresti da morire!! 

Sai, ho anche cambiato casa, ma spesso mi capita di passare per quella traversa di Corso Buenos Aires da cui si vede la tua vecchia abitazione. Ogni volta che la guardo mi sembra di vederti mentre fissi il Pirellone fuori dalla finestra di camera tua. Da lì i tramonti erano incredibili; ma durante la notte quante imprecazioni a causa di quel maledetto grattacielo che aveva le luci di segnalazione troppo forti, e non bastava chiudere le persiane per far sì che la stanza non si illuminasse tutta.

Si dice che nel momento stesso in cui passiamo a miglior vita, il nostro corpo si alleggerisca di 21 grammi. Tre anni fa tu non ce l’hai fatta ad uscire dalle lamiere di quell’auto incidentata sul Sempione. Sono rimasta solo io, senza quei 21 grammi che mi distinguevano. Sarà possibile riprenderli e riaverti con me?

Ultimamente ascolto spesso una canzone la cui traduzione dice “Sto cercando qualcosa che non riesco a trovare”, e ancora “Mio fantasma dove sei andato?… Cos’è successo all’anima che eri prima?”. 

Forse ti sei solo nascosta per bene e mi ci vorrà ancora qualche anno per riuscire ad assomigliarti almeno un po’. Io nel frattempo cerco di andare avanti e provo ad immaginarti vicino a me mentre spingi la mia carrozzina e mi dici che andrà tutto bene. 

Sei parte di me.
Priscilla_Chairleader

Carrozzine, Piume e Paiettes: il Calendario Burlesque della Fondazione Vertical.

Un calendario con donne in carrozzina che posano insieme ad artiste di Burlesque, per raccogliere fondi in favore della ricerca sulle lesioni midollari. Questa è l’ennesima idea innovativa della Fondazione Vertical che ha compiuto quest’anno 10 anni di vita e di scommesse vincenti. Il ricavato della vendita del calendario andrà a finanziare borse di studio per giovani ricercatori che credono nei progetti Vertical. La Fondazione Vertical collabora già con il centro di nanomedicina dell’Ospedale Ca’ Granda e con il laboratorio di ricerca del San Paolo, entrambi a Milano, ai quali ha finanziato grandi progetti, molto promettenti nella cura della paralisi.

Così, una sera ho ricevuto una chiamata dal Presidente della Fondazione Vertical Lombardia, Andrea Cerra, il quale mi chiedeva se ero disponibile per posare. L’idea mi ha fatto impazzire per l’entusiasmo. Lo shooting è stato realizzato presso il Teatro San Teodoro di Cantù dalla fotografa Beatrice Mancini, e il tema scelto per gli scatti era il Burlesque.

Appena mi sono guardata allo specchio mi sono sentita….WOWW.. Ed ero pronta a mettermi in mostra e a giocare per un giorno a fare la fotomodella. Vedevo Mizi e Golden molto sicure di sè e cercavo di imitarle. Ogni 5 minuti c’era un cambio abito, e i vestiti volavano per tutto il palcoscenico. Mentre posavo mi tornavano alla mente ricordi di quando sfilavo con gli amici del mare per le competizioni organizzate dallo stabilimento in cui passavo le vacanze. Non volevo però far vincere la nostalgia, e così ho cercato di dare il meglio di me, accavallando le lunghe gambe che adesso fanno fatica a farsi notare e socchiudendo le labbra messe in risalto dal rossetto. 

Abbiamo lavorato ininterrottamente dalle ore 10 alle 16, riuscendo a realizzare tutti gli scatti. Speravo che la giornata potesse non finire mai. È incredibile come del trucco e abiti succinti possano darti tanta forza e autostima. Per una giornata mi sono nuovamente sentita valorizzata e bella.

Sarà possibile acquistare il calendario nelle prossime settimane facendo una donazione, tramite il sito Follepoque delle due performer, o il sito della Fondazione Vertical .

Ancora Grazie di cuore alla Fondazione Vertical, al duo Mizi Ma Grand’Ame e Golden DinDin, e alla fotografa Beatrice Mancini.

Priscilla_Chairleader 

  

Quando Volare è Potere!

Quella di ieri è stata una domenica da coma… Letteralmente…Dopo aver passato il sabato sera tra le code di circa 5-6 camioncini in occasione dell’International Street Food Festival, a mangiare panini e dolci pesantissimi, e qualche ora a letto, mi sono diretta verso l’aeroporto di Migliaro, in provincia di Cremona, in compagnia di due tra i miei più cari amici e altri due ragazzi fantastici che vivono la mia situazione, per fare il mio 2º LANCIO CON PARACADUTE!!

Il primo è avvenuto lo scorso maggio, durante una manifestazione organizzata dall’Associazione We Fly Team svoltasi sempre a Cremona, dove lavora lo SkyTeamCremona. Grazie a questi ultimi è possibile lanciarsi in tandem anche a ragazzi su sedia a rotelle, utilizzando un’imbracatura speciale. 

Roberto Sala, istruttore di paracadutismo di SkyTeamCremona, ha studiato quest’imbracatura nel ’98, quando un ragazzo tetraplegico l’ha contattato chiedendogli se sarebbe mai stato possibile per lui lanciarsi con il paracadute. Da lì è partito il passaparola che ha reso famoso il centro anche per questi tandem “speciali”.

Tutti i collaboratori del centro che ho avuto la fortuna di conoscere sono persone di grande esperienza e grandissima personalità! Infatti ho voluto tornare a lanciarmi anche per il legame che ho stretto con tutti loro! Primi tra tutti Carolina e Marco, che sono stati i miei video-maker!

Quando si arriva al centro iniziano ad organizzare i gruppi di lancio. Essendoci un’unica imbracatura per disabili, io, Luca e Davide (i miei amici in carrozzina) non siamo riusciti a stare sullo stesso aereo, ma fortunatamente ho potuto comunque fare il lancio con i miei due amici venuti apposta dal Veneto per seguirmi in quest’avventura! 

Il cielo non era dei migliori, ma le nuvole e il freddo non ci avrebbero mai fermato. Così dopo aver indossato la tuta, ho atteso l’atterraggio di Luca per poter mettere l’imbracatura, e alle 11.30 sono salita sull’aereo con i miei amici e la banda di matti dello SkyTeam. All’interno del velivolo io e i miei amici avevamo i classici sorrisi da stress, quasi paralizzati nell’attesa di raggiungere la quota di lancio: ben 4200m!

Fuori dal finestrino la pianura padana è una griglia irregolare di campi verdi e color grano, tagliata dalle morbide curve del Po, e come cornice, le Alpi… Ma il tempo per ammirare il panorama è poco, perché all’improvviso si apre il portone dell’aereo ed in pochi secondi le mie gambe sono a penzoloni… 1,2,3… 

Circa 60 secondi in caduta libera a 200 km/h. Il cuore in gola e la faccia che in un attimo si congela. Ogni tanto guardo la videocamera per sorridere e nel frattempo penso a come saranno conciati i capelli una volta atterrata. Il momento Che preferisco di più è quello dell’apertura del paracadute, quando si rimbalza di botto nel cielo e inizio a sentirmi leggerissima. 

E poi di nuovo adrenalina! Quando Valerio, il mio istruttore, inizia a fare delle virate strette! Dopodiché ci avviciniamo alla pista, e in pochi secondi sono di nuovo con i piedi sul suolo, ma l’unica cosa a cui si pensa è “Ancora, ancora, ancora!!”.
Qualche secondo dopo di me atterrano anche i miei amici. Anche le loro facce sono soddisfatte! 

E penso che non possa esserci sensazione migliore. Essendo uno sport estremo, non avrei mai pensato di poter fare un lancio con paracadute dopo l’incidente. Eppure ne ho già fatti due, e il terzo arriverà sicuramente! 

Perché volere è potere. O meglio…. VOLARE

Priscilla_ChairLeader

Lo Strano Percorso

È proprio strana la vita. La si può immaginare come una strada con salite ripide, lunghi tratti pianeggianti e poi, senza la presenza di segnali di pericolo ritrovarsi a percorrere pezzi dissestati.
Le parti più interessanti sono gli incroci: si può tirare dritto o riprendere il viaggio insieme a qualcun altro. Quest’ultimo, è il caso di Vania e Paolo. Lei una carissima amica infermiera conosciuta durante il mio ricovero, e lui il figlio del mio primo compagno di stanza. 

La storia del loro incrocio può non sembrare una delle migliori…….
 Un primo brutto incidente che ha cambiato la vita di una famiglia, la quale si è trovata improvvisamente catapulta in un mondo che non vorremmo appartenesse a nessuno. Quello ospedaliero.
Riuscivo ad immaginare il dolore di Paolo. Dopo il lavoro correva a prendere il treno per poter raggiungere Niguarda e dar da mangiare a suo padre. La routine era questa: arrivo previsto intorno le 18:15, a volte anche più tardi, così doveva andare a scaldare i piatti nel microonde dei dipendenti, la tele era fissa sul canale Iris, che a quell’ora trasmetteva Hazard, e per finire si tagliava una bella fetta di Gorgonzola. Poi io davo a Paolo le bustine di formaggio che avanzavo, cosicché potesse portarle al lavoro, lui finiva di sistemare Giancarlo mettendo a posto i cuscini sotto le braccia, dandogli l’ultimo goccio d’acqua e posizionando il campanello vicino alla testa. 

 “Ciao papà, ciao Priscilla. Buona serata.” Chissà quanto doveva essere straziante per le famiglie doversene andare e lasciarci lì. Poi la svolta!

Vedevo Vania entrare nella stanza mia e di Giancarlo con un’aria troppo allegra. E sicuramente non potevamo essere noi a metterle addosso allegria, visto che chiamavamo solo per farci aspirare la tracheo. Così non ho impiegato molto a capire che tra Vania e Paolo si era creato un legame tenero, e da gli occhi di Vania ho capito che l’amore degli adulti è lo stesso che si prova durante l’adolescenza. O per lo meno ho imparato che ad ogni età l’amore ci porta a provare emozioni che rendono giovane il cuore, perché quegli occhi avevano vita propria: brillavano e danzavano quando vedevano Paolo.
Dopo vari mesi hanno reso la notizia pubblica, e potevano tranquillamente raccontare delle loro uscite ai concerti dei Modá e di Eros Ramazzotti. 

Un anno dopo le dimissioni del ricovero mi stavo sentendo con Paolo e Vania Per organizzare una festa a sorpresa durante il compleanno di Giancarlo, ma le complicazioni della sua salute hanno fatto in modo che quello stesso giorno dovessimo trovarci per il suo funerale.
In chiesa ho pensato tutto il tempo a dei pensieri che Giancarlo aveva voluto confidarmi proprio la sera del suo compleanno l’anno precedente: “Ho lavorato una vita, per godermi solo due anni di pensione…” Poi la voce è stata interrotta dal pianto. E non potevo non pensare a quanto la sfiga si stesse intromettendo nella vita di quella famiglia. 

Questi, e altri, brutti inconvenienti hanno reso la storia di Vania e Paolo difficile ma più forte, e sicuramente questi fatti hanno portato lui a pensare “É lei la donna con cui voglio passare il resto della mia vita”, per quanto vicina gli è stata e per quanta cura di lui ha avuto.

Sono felice di esser stata testimone a questo lieto evento, il quale mette su carta la loro volontà di rimanere uniti nella gioia e nel dolore, come oramai fanno da quando si conoscono.
Saranno sempre il mio esempio preferito di viaggiatori, perché fin dall’inizio non hanno avuto paura del terreno tortuoso che ogni giorno percorriamo. 

 Buon Viaggio!

Priscilla_Chairleader
 

 

Il Primo Ricordo, Bianco.

Quando ho aperto gli occhi vedevo tutto bianco. Non c’era differenza tra il colore delle lenzuola e quello delle mura, o della porta. Forse le pareti non erano bianche. Forse erano di un azzurro pallido, ma in quel momento le luci soffuse di quella stanza di Rianimazione mi confondevano un po’.

Dalla porta sono entrate due figure che non riuscivo bene a distinguere, si trattava di due donne con in mano delle cartellette, di quelle un po’ rigide che alle scuole medie utilizzavo per mettere le tavole di disegno tecnico, ma ovviamente le loro erano cartelle cliniche. Si sono avvicinate ai piedi del letto e la donna più alta con la divisa rossa ha aperto la bocca e tutto d’un fiato ha detto queste esatte parole: «Ciao Priscilla, sono la Caposala del reparto di Rianimazione dell’ospedale di Legnano. Ti trovi qui perché hai avuto un incidente stradale, ricordi? Sei qui da due giorni, hai subito un intervento, ma purtroppo non riuscirai più a muovere le gambe, non potrai più camminare». La caposala ha cercato una qualche risposta nel mio sguardo. Io la guardavo dal basso e ho iniziato a piangere piano, piano. Non mi veniva da singhiozzare, non avrei mai potuto avere una reazione forte poiché ero sicuramente piena di antidolorifici e calmanti. Mi sembra di aver girato la testa verso destra, come per rannicchiarmi su me stessa, ma non potevo farlo perché non erano solo le gambe ad essere paralizzate.

Ho cercato di sforzarmi e provare a ricordare. Nella mia mente ricordavo una luce….. BAAAM…. Poi un’immagine offuscata della mia migliore amica fuori da una macchina che gridava il mio nome e mi diceva di scendere…….Poi vedo ancora bianco ma sento una voce, « Tranquilla sono un vigile del fuoco, ora non ti spaventare, ma per estrarti dobbiamo tagliare il retro della macchina con una sega elettrica, tu stai tranquilla». E più niente.

Le due donne nel frattempo erano uscite dalla stanza, e la mia attenzione si è spostata sulla musica in sottofondo. Dietro il letto doveva esserci una radio, e in quel momento trasmetteva La Fine cantata da Tiziano Ferro. Non poteva esserci canzone più azzeccata per “infilare un machete nella piaga”!! E a me tra tutti i pensieri che potevano venirmi in mente in quel momento ho pensato: ” Avrei preferito La vita non è un film, di J-Ax”.

Non sentivo voci in corridoio, continuavo a vedere bianco, poi ho iniziato a preoccuparmi per i miei genitori, e per la mia nonnina in montagna. Mi chiedevo come stavano, se fossero arrabbiati, se erano fuori dalla porta, e se sì, perché non entravano??

Poi la porta si riapre e vedo loro, i miei genitori.

Così quei minuti, bianchi e sfocati, se ne sono andati com’erano arrivati. In un lampo. Come l’incidente, fatto in un lampo….

Quel muro bianco della mia mente adesso si sta riempiendo di ricordi colorati e nitidi.

Priscilla_Chairleader

Chi sono?!

Mi chiamo Priscilla, classe 94. Vivo a Milano con una SuperMamma e un Bulldog Inglese di nome Roberto!

Frequento l’università e studio per affrontare una carriera giornalistica.

Sono una ragazza come tante altre ma…. HO UNA MARCIA IN PIÙ! Letteralmente..

Si, perché viaggio su 4 ruote! Nel 2013, in seguito ad un incidente stradale, sono rimasta paralizzata dalle spalle in giù. Vivo con qualche difficoltà in più rispetto ai miei coetanei ma VIVO.

Qui potrete seguire la mia quotidianità, i miei progressi, e cercherò di parlare dei disagi che si possono incontrare vivendo in sedia rotelle.

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