My Ghost..

Quando la notte scorre lentamente e non ho più la possibilità di prendere altre pillole per cercare di addormentarmi, diventa inevitabile guardarmi indietro. Guardarmi dentro. 

A volte mi sento troppo vecchia per la mia età. Altre volte, più che sentirmi troppo giovane, mi sento in stan-bye, come se non riuscissi ad andare più in là di dove sono. Vedo tutti andare avanti e io rimango indietro, ferma a guardare da dietro un finestrino di vetro, neanche troppo spesso. Forse mi manca qualcosa? Sto aspettando qualcuno? Sicuramente quel qualcuno sei tu.

È da tempo che non riesco a trovarti. Posso solo ricordarti e sperare che la nostalgia non prenda il sopravvento, altrimenti la mattina specchiandomi vedrò gli occhi di un pugile messo troppe volte al tappeto. Sei sparita da qualche anno ormai, e da poco sto cercando di aggiustarmi. Avrei bisogno di qualche tuo consiglio. Venivano sempre da te a confidarsi, a cercare conforto, e non importa se non avevi consigli da dare. L’importante era ascoltare. E come tutti i buoni consiglieri che si rispettano, se un problema riguardava te non sapevi come muoverti.

Adesso avrei bisogno di uno di quegli abbracci che davi a chi se lo meritava. Amavi abbracciare ed essere stretta. Era un bisogno che avevi, si notava. Qualcuno avrebbe potuto scambiarti per una persona appiccicosa, o una gatta morta, invece era uno dei tuoi tanti modi per sentirti vicina ai tuoi amici più intimi. Anche un semplice braccio intorno ai fianchi ti faceva stare tranquilla.

Non sono rimasti i tuoi capelli mossi, sempre in disordine, con il “tirabaci” davanti agli occhi che ogni due secondi dovevi scostare con la mano. Questa è un’altra tua abitudine che mi manca, una delle tante. Infatti quando ti penso, ti vedo mentre ripeti i soliti gesti, anche quelli più strani o imbarazzanti… Come inzuppare biscotti integrali in un bicchiere d’acqua durante gli improvvisi attacchi di fame. Quale persona sana di mente farebbe una cosa simile?! E poi ti rivedo alla guida di quella scatola grigia e rosa, con giù la capote, mentre canti a squarciagola gola le canzoni live di Vasco, sentendoti una It Girl. Eri convinta di andare a 100 km/h, ma raggiungevi a malapena i 70. 

Siamo così diverse. Fin dalla terza media sei sempre stata molto indipendente, hai sempre fatto quello che volevi e senza combinare guai. Se tu hai sempre avuto libertà, io ne ho meno di una bambina di 11 anni. Se tu attaccavi bottone con tutti, io non ho nulla da dire a nessuno. Se tu non vedevi l’ora di scendere in pista, e ballavi come se ci fosse spazio solo per te, io mi rifiuto di andare in posti dove c’è troppa gente, figuriamoci andare a ballare. E poi, diamine, io sono la goffaggine in persona, non riesco nemmeno a stare appoggiata ad un tavolo senza perdere l’equilibrio. Tu seppure fossi una ragazza semplice eri aggraziata nei movimenti. Camminavi dritta come se avessi inghiottito un palo anche in montagna, durante le tue passeggiate mattutine. Dovresti invece vedere come sono posizionata su questa carrozzina, ti incazzeresti da morire!! 

Sai, ho anche cambiato casa, ma spesso mi capita di passare per quella traversa di Corso Buenos Aires da cui si vede la tua vecchia abitazione. Ogni volta che la guardo mi sembra di vederti mentre fissi il Pirellone fuori dalla finestra di camera tua. Da lì i tramonti erano incredibili; ma durante la notte quante imprecazioni a causa di quel maledetto grattacielo che aveva le luci di segnalazione troppo forti, e non bastava chiudere le persiane per far sì che la stanza non si illuminasse tutta.

Si dice che nel momento stesso in cui passiamo a miglior vita, il nostro corpo si alleggerisca di 21 grammi. Tre anni fa tu non ce l’hai fatta ad uscire dalle lamiere di quell’auto incidentata sul Sempione. Sono rimasta solo io, senza quei 21 grammi che mi distinguevano. Sarà possibile riprenderli e riaverti con me?

Ultimamente ascolto spesso una canzone la cui traduzione dice “Sto cercando qualcosa che non riesco a trovare”, e ancora “Mio fantasma dove sei andato?… Cos’è successo all’anima che eri prima?”. 

Forse ti sei solo nascosta per bene e mi ci vorrà ancora qualche anno per riuscire ad assomigliarti almeno un po’. Io nel frattempo cerco di andare avanti e provo ad immaginarti vicino a me mentre spingi la mia carrozzina e mi dici che andrà tutto bene. 

Sei parte di me.
Priscilla_Chairleader

Squadra di Rugby in Carrozzina SENZA carrozzine.

Succede a Milano, dove un anno e mezzo fa Nicolò Passilongo, un ragazzo tetraplegico di 29 anni, ha fatto il possibile per poter creare una squadra di Rugby in carrozzina. Dopo aver contattato la ASD Padova Rugby, la squadra più longeva del nord Italia che da anni promuove questo sport, Nicolò ha reclutato altri ragazzi con una lesione midollare come la sua e i suoi zii sono diventati i Coach della squadra.

La Polisportiva Milanese si è occupata di trovare la palestra dove far allenare la squadra e Nicolò ha iniziato a cercare le carrozzine sportive. Una carrozzina da rugby costa €5 mila circa. La squadra non disponendo di grandi cifre si è arrangiata come meglio poteva comprando alcune carrozzine usate su internet e utilizzando 2 carrozzine da basket che avevano già in possesso due atleti. Le carrozzine da basket hanno subito qualche trasformazione: sono stati aggiunti dei copertoni in plastica per proteggere i raggi, e per i corrimano è stata utilizzata una canna dell’acqua da giardino. Tutte le carrozzine che hanno in dotazione non sono su misura. Questo comporta loro un grosso rischio poiché , stando seduti per tutta la durata dell’allenamento, potrebbero segnarsi schiena e glutei. Insomma, questi ragazzi fanno di tutto per poter allenarsi.

Ben 3 carrozzine, invece, sono state prestate dalla squadra di Rugby in carrozzina di Padova, la stessa che aveva aiutato i ragazzi di Milano a capire le regole del gioco a inizio del loro percorso. C’è dunque una forte collaborazione tra le squadre. Adesso la squadra di Padova necessita delle 3 carrozzine che aveva dato in prestito. Gli atleti e le carrozzine di Milano sono 8, e senza queste 3, la squadra rimarrebbe con il “sedere a terra”.

La cosa incredibile e che lascia perplessi è la seguente. Lo sport per persone con disabilità motorie è fondamentale per mantenere il fisico in allenamento, a volte aiuta più della fisioterapia. Eppure i costi per le attrezzature sportive sono esorbitanti, proprio come il resto degli ausili che aiutano a svolgere le attività quotidiane. Questo significa che molte persone oltre ad avere una vita più “complicata”, non può nemmeno svolgere uno sport perché diventerebbe un lusso che non può permettersi.

Comunque, i ragazzi di Milano non si perdono d’animo e sono alla ricerca di una soluzione che possa aiutarli a continuare lo sport che hanno scelto e li appassiona tanto.

Priscilla_ChairLeader

Capodanno 2016: i miei primi giorni di normalità 

Passare il Capodanno all’estero o in una capitale europea sta diventando una consuetudine per i ragazzi di oggi. Fare la valigia, prendere un volo low cost, partire e dare un taglio alla solita routine è qualcosa che mi manca molto, e dopo aver sentito più conversazioni di amici che parlavano di partenze,mi sono detta che non potevo passare ancora la sera del 31 a casa con mia madre.

L’incidente mi ha portato via l’indipendenza, il potermi prendere cura di me stessa. Da allora sono completamente dipendente dall’aiuto di mia madre: nel vestirmi, andare in bagno, lavare i capelli e tante altre cose. Come potevo pensare di partire senza lei?

Fortunatamente ho un’amica che non si è spaventata alla mia improvvisa domanda “Che ne dici fare Capodanno a Barcellona da sole?”. La stessa sera della proposta ne parlai con la mamma, che sorprendentemente accettò poiché conosce bene la mia amica Paul e sa che è in grado di aiutarmi. Così mi attaccai al computer e in 15 minuti comprai i biglietti aerei, mentre il giorno dopo prenotai l’hotel.

La scorsa estate ho trascorso 5 giorni a Barcellona con mia madre e un’altra amica e rimasi sconcertata da quanto fosse semplice per una persona in carrozzina girare per questa città meravigliosa, che allo stesso tempo è moderna ma rimane pur sempre antica. Per questo motivo ho scelto di tornare.

Avendo prenotato il volo di andata il 30 alle 6.30 del mattino, la sveglia era prevista per le 3.30! Dopo una bella dormita in aereo il risveglio è stato epico! Essendo arrivati con 30 minuti di anticipo l’assistenza non poteva ancora venirmi a prendere, così io e la mia Paul siamo rimaste in aereo con il comandante,che per svegliarsi ha deciso di mettere un po’ di musica punk-rock! Altro che caffè. Da lì capii subito che avrei passato dei bei giorni.

Oltre ad aver trovato un tempo fantastico con una temperatura massima di 17ºC, il soggiorno è stato indimenticabile. La mia Paul non si è mai arresa e non mi ha mai fatto notare la sua stanchezza. Nemmeno quando a Parc Güell abbiamo deciso di raggiungere il punto più alto, percorrendo una strada ripida e piena di pietre. L’unico inconveniente è successo la sera del 31 quando per poco Paul non rischiava di affogarmi mentre cercava di lavarmi i capelli dentro il lavandino.

La sera di Capodanno l’abbiamo passata in Plaça d’Epanya insieme ad altre 50 mila persone, con una birra in mano e come sfondo l’emozionante Font Màgica, illuminata per l’occasione da più colori. Da lontano sembrava l’ingresso per il paradiso, e allo scoccare della mezzanotte ho rivisto dopo 3 anni dei fuochi d’artificio, da sempre sul podio delle cose che più mi emozionano. Mi sentivo particolarmente a mio agio. Ero serena, finalmente ero riuscita ad allontanarmi e a fare qualcosa di normale come fanno tutti i ragazzi della mia età. Per me la normalità non è qualcosa che centra con l’aspetto estetico. Normalità per me significa andare a bere qualcosa senza avere il terrore di dover tornare a casa in tempo per andare in bagno, o poter tornare tardi la sera senza svegliare mia mamma per farmi mettere a letto. Non sarei mai riuscita a partire senza la mia Paul, ma per me è pur sempre un gran risultato. 

Questo post lo dedico a tutte quelle persone che sono ancora in ospedale o sono state dimesse da poco. Raggiungere l’indipendenza sarà il percorso più duro. Da parte nostra serve tenacia e costanza, ma c’è bisogno anche di persone che non hanno paura di starci vicino. Senza la fiducia di mia madre, la positività di Paul e la mia voglia di andare avanti non avrei potuto organizzare questi 3 giorni.

Il 2016 voglio costruirlo pezzo dopo pezzo, sperando fili liscio come questi giorni passati a Barcellona che mi hanno aperto gli occhi, mostrandomi quanto ancora io possa fare, con l’aiuto di chi veramente mi ha a cuore.

Priscilla_ChairLeader 

Carrozzine, Piume e Paillettes: il Calendario Burlesque della Fondazione Vertical.

Un calendario con donne in carrozzina che posano insieme ad artiste di Burlesque, per raccogliere fondi in favore della ricerca sulle lesioni midollari. Questa è l’ennesima idea innovativa della Fondazione Vertical che ha compiuto quest’anno 10 anni di vita e di scommesse vincenti. Il ricavato della vendita del calendario andrà a finanziare borse di studio per giovani ricercatori che credono nei progetti Vertical. La Fondazione Vertical collabora già con il centro di nanomedicina dell’Ospedale Ca’ Granda e con il laboratorio di ricerca del San Paolo, entrambi a Milano, ai quali ha finanziato grandi progetti, molto promettenti nella cura della paralisi.

Così, una sera ho ricevuto una chiamata dal Presidente della Fondazione Vertical Lombardia, Andrea Cerra, il quale mi chiedeva se ero disponibile per posare. L’idea mi ha fatto impazzire per l’entusiasmo. Lo shooting è stato realizzato presso il Teatro San Teodoro di Cantù dalla fotografa Beatrice Mancini, e il tema scelto per gli scatti era il Burlesque.

Appena mi sono guardata allo specchio mi sono sentita….WOWW.. Ed ero pronta a mettermi in mostra e a giocare per un giorno a fare la fotomodella. Vedevo Mizi e Golden molto sicure di sè e cercavo di imitarle. Ogni 5 minuti c’era un cambio abito, e i vestiti volavano per tutto il palcoscenico. Mentre posavo mi tornavano alla mente ricordi di quando sfilavo con gli amici del mare per le competizioni organizzate dallo stabilimento in cui passavo le vacanze. Non volevo però far vincere la nostalgia, e così ho cercato di dare il meglio di me, accavallando le lunghe gambe che adesso fanno fatica a farsi notare e socchiudendo le labbra messe in risalto dal rossetto.

Abbiamo lavorato ininterrottamente dalle ore 10 alle 16, riuscendo a realizzare tutti gli scatti. Speravo che la giornata potesse non finire mai. È incredibile come del trucco e abiti succinti possano darti tanta forza e autostima. Per una giornata mi sono nuovamente sentita valorizzata e bella.

Sarà possibile acquistare il calendario nelle prossime settimane facendo una donazione, tramite il sito Follepoque delle due performer, o il sito della Fondazione Vertical .

Ancora Grazie di cuore alla Fondazione Vertical, al duo Mizi Ma Grand’Ame e Golden DinDin, e alla fotografa Beatrice Mancini.

Priscilla_Chairleader

Rugby in Carrozzina Gran Prix – Tappa Milano

Weekend frenetico al campo sportivo G.B. Curioni, dove la AS Rugby Milano ha ospitato la manifestazione di Rugby in carrozzina, organizzata dalla Polisportiva Milanese e voluta dalla Fispes.
Si trattava della prima tappa del Gran Prix Rugby in carrozzina, in cui si sono sfidate 4 squadre miste, con atleti provenienti da Padova, Milano, Roma, e addirittura Barcellona.Questa manifestazione è stata voluta per promuovere lo sport di Rugby in carrozzina che in Italia non è ancora conosciuto in tutto il territorio, e dunque per cercare nuove reclute con la voglia di frequentare questo ambiente e far crescere la disciplina.

Se si osserva per la prima volta una partita di Rugby in carrozzina ci si spaventa. Gli atleti sfrecciano su carrozzine che ricordano dei piccoli carro armati, e durante la fase del “placcaggio”, si assiste ad un vero e proprio incidente, e si pensa che la persona sulla sedia a rotelle possa schizzare fuori dalla palestra per il forte scontro. È sì uno sport dinamico, ma dietro ci sono regole severe. Ad esempio, si può giocare solo se la disabilità colpisce almeno tre arti. Per questo la maggior parte degli atleti sono ragazzi tetraplegici, o poliomieliti; inoltre ad ogni giocatore corrisponde un punteggio, da 0.5 a 3.5 in base alle sue capacità fisiche, e la squadra per giocare deve totalizzare un punteggio di 8.0. La palla con la quale si gioca non è ovale ma rotonda per agevolare la presa e una squadra è composta da quattro giocatori. 

Il Gran Prix Rugby in carrozzina si svolgerà un fine settimana al mese, e toccherà diverse città. 

La prossima tappa è quella di Sacile, in provincia di Pordenone, che ospiterà la manifestazione il prossimo 28-29 Novembre.

Se si pensa al rugby immaginiamo ragazzi-armadi che corrono per il campo, scontrandosi e alzando zolle di terreno. Ma, a parer mio, il Rugby in carrozzina è ancora più tosto, perché ci vogliono veramente le palle a non aver il controllo della maggior parte del corpo e fiondarsi a tutta velocità per fermare l’avversario, rischiando di cadere.

Però anche questo è il bello dello sport, e inoltre aiuta da sempre l’integrazione di un individuo e stimola la voglia di raggiungere un obbiettivo con tutte le forze che si hanno in corpo.
 

Consiglio dunque, a chi ha i requisiti per fare questo sport, di prenderlo seriamente in considerazione!  

Si attendono nuovi atleti
🏉

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Quando Volare è Potere!

Quella di ieri è stata una domenica da coma… Letteralmente…Dopo aver passato il sabato sera tra le code di circa 5-6 camioncini in occasione dell’International Street Food Festival, a mangiare panini e dolci pesantissimi, e qualche ora a letto, mi sono diretta verso l’aeroporto di Migliaro, in provincia di Cremona, in compagnia di due tra i miei più cari amici e altri due ragazzi fantastici che vivono la mia situazione, per fare il mio 2º LANCIO CON PARACADUTE!!

Il primo è avvenuto lo scorso maggio, durante una manifestazione organizzata dall’Associazione We Fly Team svoltasi sempre a Cremona, dove lavora lo SkyTeamCremona. Grazie a questi ultimi è possibile lanciarsi in tandem anche a ragazzi su sedia a rotelle, utilizzando un’imbracatura speciale. 

Roberto Sala, istruttore di paracadutismo di SkyTeamCremona, ha studiato quest’imbracatura nel ’98, quando un ragazzo tetraplegico l’ha contattato chiedendogli se sarebbe mai stato possibile per lui lanciarsi con il paracadute. Da lì è partito il passaparola che ha reso famoso il centro anche per questi tandem “speciali”.

Tutti i collaboratori del centro che ho avuto la fortuna di conoscere sono persone di grande esperienza e grandissima personalità! Infatti ho voluto tornare a lanciarmi anche per il legame che ho stretto con tutti loro! Primi tra tutti Carolina e Marco, che sono stati i miei video-maker!

Quando si arriva al centro iniziano ad organizzare i gruppi di lancio. Essendoci un’unica imbracatura per disabili, io, Luca e Davide (i miei amici in carrozzina) non siamo riusciti a stare sullo stesso aereo, ma fortunatamente ho potuto comunque fare il lancio con i miei due amici venuti apposta dal Veneto per seguirmi in quest’avventura! 

Il cielo non era dei migliori, ma le nuvole e il freddo non ci avrebbero mai fermato. Così dopo aver indossato la tuta, ho atteso l’atterraggio di Luca per poter mettere l’imbracatura, e alle 11.30 sono salita sull’aereo con i miei amici e la banda di matti dello SkyTeam. All’interno del velivolo io e i miei amici avevamo i classici sorrisi da stress, quasi paralizzati nell’attesa di raggiungere la quota di lancio: ben 4200m!

Fuori dal finestrino la pianura padana è una griglia irregolare di campi verdi e color grano, tagliata dalle morbide curve del Po, e come cornice, le Alpi… Ma il tempo per ammirare il panorama è poco, perché all’improvviso si apre il portone dell’aereo ed in pochi secondi le mie gambe sono a penzoloni… 1,2,3… 

Circa 60 secondi in caduta libera a 200 km/h. Il cuore in gola e la faccia che in un attimo si congela. Ogni tanto guardo la videocamera per sorridere e nel frattempo penso a come saranno conciati i capelli una volta atterrata. Il momento Che preferisco di più è quello dell’apertura del paracadute, quando si rimbalza di botto nel cielo e inizio a sentirmi leggerissima. 

E poi di nuovo adrenalina! Quando Valerio, il mio istruttore, inizia a fare delle virate strette! Dopodiché ci avviciniamo alla pista, e in pochi secondi sono di nuovo con i piedi sul suolo, ma l’unica cosa a cui si pensa è “Ancora, ancora, ancora!!”.
Qualche secondo dopo di me atterrano anche i miei amici. Anche le loro facce sono soddisfatte! 

E penso che non possa esserci sensazione migliore. Essendo uno sport estremo, non avrei mai pensato di poter fare un lancio con paracadute dopo l’incidente. Eppure ne ho già fatti due, e il terzo arriverà sicuramente! 

Perché volere è potere. O meglio…. VOLARE

Priscilla_ChairLeader

Lo Strano Percorso

È proprio strana la vita. La si può immaginare come una strada con salite ripide, lunghi tratti pianeggianti e poi, senza la presenza di segnali di pericolo ritrovarsi a percorrere pezzi dissestati.
Le parti più interessanti sono gli incroci: si può tirare dritto o riprendere il viaggio insieme a qualcun altro. Quest’ultimo, è il caso di Vania e Paolo. Lei una carissima amica infermiera conosciuta durante il mio ricovero, e lui il figlio del mio primo compagno di stanza. 

La storia del loro incrocio può non sembrare una delle migliori…….
 Un primo brutto incidente che ha cambiato la vita di una famiglia, la quale si è trovata improvvisamente catapulta in un mondo che non vorremmo appartenesse a nessuno. Quello ospedaliero.
Riuscivo ad immaginare il dolore di Paolo. Dopo il lavoro correva a prendere il treno per poter raggiungere Niguarda e dar da mangiare a suo padre. La routine era questa: arrivo previsto intorno le 18:15, a volte anche più tardi, così doveva andare a scaldare i piatti nel microonde dei dipendenti, la tele era fissa sul canale Iris, che a quell’ora trasmetteva Hazard, e per finire si tagliava una bella fetta di Gorgonzola. Poi io davo a Paolo le bustine di formaggio che avanzavo, cosicché potesse portarle al lavoro, lui finiva di sistemare Giancarlo mettendo a posto i cuscini sotto le braccia, dandogli l’ultimo goccio d’acqua e posizionando il campanello vicino alla testa. 

 “Ciao papà, ciao Priscilla. Buona serata.” Chissà quanto doveva essere straziante per le famiglie doversene andare e lasciarci lì. Poi la svolta!

Vedevo Vania entrare nella stanza mia e di Giancarlo con un’aria troppo allegra. E sicuramente non potevamo essere noi a metterle addosso allegria, visto che chiamavamo solo per farci aspirare la tracheo. Così non ho impiegato molto a capire che tra Vania e Paolo si era creato un legame tenero, e da gli occhi di Vania ho capito che l’amore degli adulti è lo stesso che si prova durante l’adolescenza. O per lo meno ho imparato che ad ogni età l’amore ci porta a provare emozioni che rendono giovane il cuore, perché quegli occhi avevano vita propria: brillavano e danzavano quando vedevano Paolo.
Dopo vari mesi hanno reso la notizia pubblica, e potevano tranquillamente raccontare delle loro uscite ai concerti dei Modá e di Eros Ramazzotti. 

Un anno dopo le dimissioni del ricovero mi stavo sentendo con Paolo e Vania Per organizzare una festa a sorpresa durante il compleanno di Giancarlo, ma le complicazioni della sua salute hanno fatto in modo che quello stesso giorno dovessimo trovarci per il suo funerale.
In chiesa ho pensato tutto il tempo a dei pensieri che Giancarlo aveva voluto confidarmi proprio la sera del suo compleanno l’anno precedente: “Ho lavorato una vita, per godermi solo due anni di pensione…” Poi la voce è stata interrotta dal pianto. E non potevo non pensare a quanto la sfiga si stesse intromettendo nella vita di quella famiglia. 

Questi, e altri, brutti inconvenienti hanno reso la storia di Vania e Paolo difficile ma più forte, e sicuramente questi fatti hanno portato lui a pensare “É lei la donna con cui voglio passare il resto della mia vita”, per quanto vicina gli è stata e per quanta cura di lui ha avuto.

Sono felice di esser stata testimone a questo lieto evento, il quale mette su carta la loro volontà di rimanere uniti nella gioia e nel dolore, come oramai fanno da quando si conoscono.
Saranno sempre il mio esempio preferito di viaggiatori, perché fin dall’inizio non hanno avuto paura del terreno tortuoso che ogni giorno percorriamo. 

 Buon Viaggio!

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“La notte i reietti fanno brutto”, e così è stato!

Le emozioni che si provano ai concerti sono sempre uniche. Se, in più, si tratta di uno dei tuoi artisti preferiti le sensazioni sono ancora più travolgenti. Il mix di euforia e felicità si fanno sentire attraverso le voci di tutti i presenti e non importa se si tornerà a casa con qualche botta a causa della troppa ressa o di un pogo troppo violento. L’importante è essere presenti!

Ieri sera ho partecipato alla chiusura de Il Bello D’Esser Brutti Tour, di J-Ax. E ammetto di esser stata preoccupata all’inizio, perché i suoi concerti per me sono sempre stati il top prima dell’incidente, e avevo paura di macchiare dei bei ricordi. Essendo sempre stata abituata a saltare e cantare in mezzo a tutti i partecipanti, non me la sentivo di essere esiliata su un palchetto lontano da quello dell’esibizione. Così avevo già avvisato l’amico con cui sono andata, che avrei fatto di tutto per andare davanti il mio idolo.

Ma anche questa volta Ax e gli organizzatori del suo spettacolo hanno saputo sbalordirmi! Le persone in sedia a rotelle hanno avuto la fortuna di assistere al concerto SOTTO IL PALCO, davanti a tutti. Mi sono sentita messa al primo posto, e questo non capita tutti i giorni a persone con disabilità in Italia. Invece ho avuto la possibilità di cantare tutte le mie canzoni del cuore, tra l’altro la prima in scaletta è stata “Spirale Ovale”, che è per antonomasia la canzone che fa scatenare maschi e femmine ai suoi concerti. Quindi è proprio partito col botto!

Ho potuto così sentirmi parte di ogni performance, proprio com’è successo ad ogni concerto a cui ho partecipato. Spero proprio di poter vivere così ogni prossimo concerto..

E magari la prossima volta che sentirò J-Ax, cercherò di non essere l’unica a non guardare in camera per il selfie!

Priscilla_Chairleader 

 

….VIVA CICCIA, BRUFOLI E CANOTTE PER LA PALESTRA!!

Innanzitutto grazie a tutti per le visite di ieri su questo Blog!! In molti mi avete scritto privatamente per fare i complimenti, e molti altri mi hanno confidato di essersi sentiti “in colpa”, perché leggendo il mio post hanno pensato che forse i problemi non sono quelli di non saper quale sia il locale meneghino più In dove passare la serata, o quale canottiera si addice di più per andare nella palestra sotto casa.

Così ho deciso di parlare di questo nel 2º post, non di quale siano i migliori locali di Milano, nè di quale maglia mettere per andare in palestra, ma del fatto che cortesemente alcuni di voi hanno pensato che (forse) questi non sono problemi in confronto a quelli che posso avere io…..

E perché no?!

Vi dirò di più…. È vero, io ho difficoltà ad afferrare oggetti, a scendere dal letto, vestirmi e quant’altro. Ma per sentirmi uguale a tutti devo prima avere i problemi di tutti. Li prenderò sicuramente più alla leggera ma cosa credete che pensi se la mattina mi sveglio e trovo un cratere bianco sul mento?!?! 👿🔫

Dunque spero di aver tranquillizzato gli animi di chi magari ha pensato di essere una brutta persona perché non ha i miei problemi (meglio così, vi assicuro). Allora viva ciccia,brufoli e canotte da palestra. Spero, inoltre, che i miei prossimi post vi facciano piacere, ma non fatevi seghe mentale se dovessi scrivere qualcosa che vi può far emozionare!!

Vi ringrazio ancora molto, baci

Priscilla_Chairleader

Il Primo Ricordo, Bianco.

Quando ho aperto gli occhi vedevo tutto bianco. Non c’era differenza tra il colore delle lenzuola e quello delle mura, o della porta. Forse le pareti non erano bianche. Forse erano di un azzurro pallido, ma in quel momento le luci soffuse di quella stanza di Rianimazione mi confondevano un po’.

Dalla porta sono entrate due figure che non riuscivo bene a distinguere, si trattava di due donne con in mano delle cartellette, di quelle un po’ rigide che alle scuole medie utilizzavo per mettere le tavole di disegno tecnico, ma ovviamente le loro erano cartelle cliniche. Si sono avvicinate ai piedi del letto e la donna più alta con la divisa rossa ha aperto la bocca e tutto d’un fiato ha detto queste esatte parole: «Ciao Priscilla, sono la Caposala del reparto di Rianimazione dell’ospedale di Legnano. Ti trovi qui perché hai avuto un incidente stradale, ricordi? Sei qui da due giorni, hai subito un intervento, ma purtroppo non riuscirai più a muovere le gambe, non potrai più camminare». La caposala ha cercato una qualche risposta nel mio sguardo. Io la guardavo dal basso e ho iniziato a piangere piano, piano. Non mi veniva da singhiozzare, non avrei mai potuto avere una reazione forte poiché ero sicuramente piena di antidolorifici e calmanti. Mi sembra di aver girato la testa verso destra, come per rannicchiarmi su me stessa, ma non potevo farlo perché non erano solo le gambe ad essere paralizzate.

Ho cercato di sforzarmi e provare a ricordare. Nella mia mente ricordavo una luce….. BAAAM…. Poi un’immagine offuscata della mia migliore amica fuori da una macchina che gridava il mio nome e mi diceva di scendere…….Poi vedo ancora bianco ma sento una voce, « Tranquilla sono un vigile del fuoco, ora non ti spaventare, ma per estrarti dobbiamo tagliare il retro della macchina con una sega elettrica, tu stai tranquilla». E più niente.

Le due donne nel frattempo erano uscite dalla stanza, e la mia attenzione si è spostata sulla musica in sottofondo. Dietro il letto doveva esserci una radio, e in quel momento trasmetteva La Fine cantata da Tiziano Ferro. Non poteva esserci canzone più azzeccata per “infilare un machete nella piaga”!! E a me tra tutti i pensieri che potevano venirmi in mente in quel momento ho pensato: ” Avrei preferito La vita non è un film, di J-Ax”.

Non sentivo voci in corridoio, continuavo a vedere bianco, poi ho iniziato a preoccuparmi per i miei genitori, e per la mia nonnina in montagna. Mi chiedevo come stavano, se fossero arrabbiati, se erano fuori dalla porta, e se sì, perché non entravano??

Poi la porta si riapre e vedo loro, i miei genitori.

Così quei minuti, bianchi e sfocati, se ne sono andati com’erano arrivati. In un lampo. Come l’incidente, fatto in un lampo….

Quel muro bianco della mia mente adesso si sta riempiendo di ricordi colorati e nitidi.

Priscilla_Chairleader